Don Samuele Marelli, direttore della Fom, presenta il cuore e il significato della proposta «Scegli (il) bene» che si pone in continuità con lo scorso anno e sottolinea ancora, in chiave vocazionale, la necessità di «lasciarsi educare al pensiero di Cristo» per incontrarlo e diventare autentici discepoli del Signore.

 

La nostra vita invoca una pienezza che nessuno si può dare da solo. Può solo essere accolta per grazia, o meglio ancora riconosciuta, nel complesso ordito delle vicende che segnano l’esistenza personale di ciascuno. Proprio per questo, all’inizio del nuovo anno pastorale, ci proponiamo di camminare insieme nella direzione di una comprensione più profonda della vita come vocazione. Tutte le stagioni della giovinezza, del resto, sono caratterizzate da un’energia potente e sempre crescente che si manifesta in tutte le dimensioni della persona: l’intelligenza e l’affetto, la volontà e la corporeità, il desiderio e la relazione. Tutto questo però chiede di trovare una forma sintetica capace di dare ordine, senso e bellezza a questa energia. Così,se la giovinezza è energia senza forma, diventare grandi significa dare progressivamente forma alla vita.

Quest’anno ci piacerebbe dire con forza ai ragazzi che diventare grandi è bello, non perché si può fare quello che si vuole, ma perché si può scegliere il bene.Il paziente e progressivo prendere forma di ogni esistenza, passa attraverso l’esercizio buono, costante e responsabile della libertà, che non è tanto da intendersi a livello teorico, come la possibilità di scegliere quel che piace di più, quanto piuttosto come la capacità di orientarsi al bene. In tal senso occorrerà aiutare i ragazzi a cogliere tutta la bellezza del bene, senza dimenticare che il bene è sempre molto di più dello stare bene.

Il percorso che indichiamo rappresenta la naturale continuazione di quanto proposto lo scorso anno. A partire dalla Nota pastorale del nostro Arcivescovo “Educarsi al pensiero di Cristo”, abbiamo cercato di comprendere che cosa significa vivere “Come Gesù”. Ora proseguiamo nella stessa direzione, approfondendo la dimensione personale, sintetica e unificante della vita buona del Vangelo.

Ci accompagna la certezza che questo non è un tema tra i tanti, ma che la posta in gioco è altissima. La vocazione è ciò che Dio ha da sempre pensato e sognato per la nostra felicità. Rispondere alla chiamata di Dio significa accettare di mettere la nostra stoffa nelle mani del sarto, affinché possa realizzare un vestito unico.

Ci lasceremo guidare e accompagnare dal brano evangelico del giovane ricco nel racconto dell’evangelista Matteo (19,16-21). La domanda da cui prende le mosse il dialogo è una domanda chiara, semplice e nello stesso tempo molto alta. È tipica di chi si vuole mettere in gioco, non vuole semplicemente stare a vedere ciò che accade, ma chiede di essere accompagnato nella via della vita. È una domanda che ha il sapore dell’autenticità e il gusto dell’infinito. Certamente abbisogna di purificazione ma costituisce un buon punto di partenza. Gesù prende sul serio la domanda, rilanciando a sua volta e introducendolo in un dialogo capace di trasfigurare il quesito iniziale.

Questa dinamica costituisce un riferimento prezioso per chi vuole accompagnare i ragazzi alla verità profonda della loro vita, non rinunciando alla verità esigente e consolante del Vangelo.